LA GIORNATA DI UNO SCRUTATORE – di Italo Calvino – regia di Italo Spinelli – 1996

SANTA MARIA DELLA PIETA’ – Roma 1996
La giornata di uno scrutatore
di
Italo Calvino

Piero Nicosia: un’esperienza di verità, una tappa decisiva del mio percorso artistico

Tra le esperienze più radicali e formative del mio percorso artistico, un posto centrale occupa *La giornata di uno scrutatore* di Italo Calvino, regia di Italo Spinelli, progetto prodotto dal Teatro di Roma nel 1997 e voluto da Luca Ronconi per la rassegna  “Il Teatro nei luoghi”.

Lo spettacolo venne allestito a Santa Maria della Pietà, l’ex manicomio romano, in un momento ancora segnato dagli effetti della Legge Basaglia. Portare il teatro dentro quel luogo di dolore e di memoria fu un’intuizione potente: non una semplice scelta di ambientazione, ma un gesto civile e poetico. Il pubblico entrava nei padiglioni non soltanto per assistere a uno spettacolo, ma per attraversare una realtà ancora viva, ancora ferita. L’impatto fu tale che lo spettacolo venne replicato per due stagioni.

Italo Spinelli mi propose inizialmente il ruolo del ‘prete’, figura importante del testo di Calvino. Ma leggendo l’opera sentii che il mio percorso doveva andare altrove. Nelle pagine ambientate nel Cottolengo di Torino del 1953**, il protagonista Amerigo Ormea, interpretato da Gigi Di Berti, si confronta con il mistero della fragilità umana e con il significato stesso della parola “idiota”. Io avvertii il bisogno di entrare più a fondo in quel mondo, di lavorare **a stretto contatto con i veri disadattati di Santa Maria della Pietà, osservandone da vicino i corpi, i silenzi, i tempi interiori.

Chiesi così a Spinelli di non interpretare il prete, ma due figure minori del testo: due “idioti” con poche battute e una forte componente fisica e improvvisativa. Era un lavoro di grande precisione: non si trattava di imitare una patologia, ma di costruire una partitura scenica capace di evocare una condizione umana con rigore, ascolto e verità.

In questa scelta fu decisiva l’influenza di Susan Batson, mia insegnante e poi mia mentore. Ero da poco rientrato da New York, dove Susan mi aveva accolto per proseguire un lungo percorso iniziato nei suoi seminari internazionali tra Berlino, Vienna, Parigi e Roma. Il suo insegnamento non riguardava soltanto la tecnica: chiedeva all’attore di andare oltre l’effetto e il manierismo, per cercare la necessità profonda dell’azione, la ferita, il bisogno, la verità del personaggio.

Grazie a Susan ebbi anche la possibilità di osservare da vicino il lavoro dell’Actor’s Studio. Quell’esperienza mi confermò che la recitazione non è esibizione, ma ricerca di verità un attraversamento, non una dimostrazione. Fu con questo bagaglio che affrontai “La giornata di uno scrutatore”.

A Santa Maria della Pietà iniziai un lavoro quotidiano di osservazione accanto ai due disadattati reali che avevo scelto come riferimento. Li guardavo camminare, respirare, aspettare, irrigidirsi, perdersi nei loro automatismi. Cercavo di comprenderne i vuoti, le sospensioni, i ritorni improvvisi alla presenza. Provavo a restituire scenicamente non un sintomo, ma una forma di esistenza. Non volevo “fare il matto”: volevo avvicinarmi con umiltà a una verità umana che il teatro non può trattare con superficialità.

Fu un lavoro durissimo e, per me, rivelatore. Da una parte riuscivo a costruire una partitura fisica credibile; dall’altra capivo con forza che non sarei mai diventato loro. Potevo avvicinarmi, osservare, ascoltare, lasciarmi trasformare dall’incontro, ma non appropriarmi della loro identità. Ed è proprio in questa impossibilità che compresi una verità decisiva del mio mestiere: la recitazione non consiste nel diventare un’altra persona, ma nel creare le condizioni perché una verità umana possa manifestarsi attraverso di noi.

Questa esperienza mi ha insegnato il limite e insieme la potenza del lavoro attoriale. Mi ha costretto a misurarmi con il confine tra rappresentazione e realtà, tra tecnica e vulnerabilità, tra osservazione e compassione. E mi ha confermato quanto il lavoro con Susan Batson abbia inciso nel profondo del mio percorso: la sua lezione non era solo un metodo, ma una postura morale davanti alla scena — cercare la verità senza semplificarla, avvicinarsi al dolore senza esibirlo, trasformare l’ascolto in azione scenica.

Ricordo ancora con emozione una delle prove, quando venne a trovarci Luca Ronconi e chiese a Italo Spinelli il mio nome. Fu una gratificazione importante, ma soprattutto la conferma che quel lavoro di ricerca, silenzioso e ostinato, aveva trovato una sua autenticità.

Ripensando oggi a “La giornata di uno scrutatore”, riconosco in quell’esperienza una tappa decisiva della mia formazione umana e artistica. In quei padiglioni di Santa Maria della Pietà ho capito che il teatro, quando è vero, non serve a decorare la realtà, ma a penetrarla. E che il mestiere dell’attore, nel suo senso più profondo, è un atto di ascolto, responsabilità e verità.

Piero Nicosia